Bonfilh

Bonfilh, o Bofilh o Bofil o Bofill o Bonfil o Bonfils, vale a dire "figlioccio" (fl. XIII secolo), originario di Narbona, è stato il solo trovatore ebreo conosciuto che abbia scritto nella lingua (antico occitano) e nello stile dei trovatori.

Il suo unico componimento noto è un partimen (disputa) con Guiraut Riquier, Auzit ay dir, Bofil, que saps trobar ("Ho sentito dire, Bonfilh, che tu sai comporre"). Si è suggerito che Bonfilh possa essere stato un'invenzione poetica di Guiraut e non un personaggio storico, o che fosse lo stesso poeta ebraico Abraham Bedersi.[1] Nell'unica versione del manoscritto sopravvissuto c'è una parte mancante che inizia dalla metà della terza stanza fino alla metà della quinta. La settima stanza manca della parte finale dell'ultimo verso. Ogni stanza è composta di otto versi, con due tornadas di quattro versi ciascuna.

La poesia inizia in modo amichevole, ma termina a male parole, con Guiraut che ricorre all'antisemitismo (accusando Bonfilh di avere fatto del male a Gesù). Riquier pone un polilemma all'interlocutore: Bonfilh canta a squarciagola per paura, perché una signora glielo permette, per "trattare gli affari dello joglar" (vale a dire, [fa il mestiere] per denaro), o per ottenere fama? Bonfilh risponde che è fuori di sé dalla gioia ed è per la sua signora che canta, e rimprovera inoltre Guiraut per l'uso del pronome formale di seconda persona vos con la sua signora, mentre egli, Bonfilh, usa il familiare e intimo tu. Comunque, ciò è insolito dato che i trovatori universalmente usano vos con le signore (anche per quelle di basso rango, come nelle pastorelas). Non è nell'uso ebraico, come succede nel Roman de la Reine Esther del XIV secolo di Crescas Caslari che mette vos nella bocca del re, Assuérus (Assuero), quando si rivolge a Ester. Sia Guiratu che Bonfilh sottopongono a giudizio il loro partimen a Bertran d'Opian (fl. 1229-1242), un cavaliere di Narbona, noto a Guiraut.

Partimen

Auzit ay dir, Bofil, que saps trobar
(OC)

«[Guiraut]
Auzit ay dir, Bofil, que saps trobar
e fas coblas, mays saber vuelh breumen
per can chan[ta]s. As de re espaven,
o as dona per que o dayas far?
O si cantas per plag de joglaria
ni per aver de lunh home que sia?
O si chantas que ton pretz s'en enans?
- car ton can val, s'as razon per que chans.

[Bofill]
Guiraut, yeu chan per mon cors alegrar
e per amor de ley que-m ten jauzen
e car me platz pretz e joy et joven,
mas ges non chan per aver acaptar
ni jes no.n quier - enans t'en donaria,
c'a mans ne do per amor de m'amia
qu'es cuend'e pros e gay'e ben estans;
e chan per lieys car mi fa bels semblans.

[Guiraut]
Bofilh, enquer te vuelh mays demandar
(pus per amor cantas ni.t tens jausens
ni per domna) e di m'o sertamens:
de cal leys? Degra[s] me [v]osseiar,
car no.s tanh jes c'om que traïtors sia
cuies [es]contra[ns] tengas nostra via,
car totz tos ditz'e tos fatz son pezans
a Jesu Crist, car lo naletz es grans.

[Bofill]
Pus plag d'amor layssatz per sermonar,
laysa.l parlar e vist blanc vestimen,
Guiraut, e pucis er grans desputamen,
que jes mi dons no vol crotz adhorar.
E si en tu fos amor ni cortezia
ja-l tuegar no.m tengras a folia,
c[ar] amors vol que.s tueio.ls aymans,
per que degus no-n deu esser clamant.[2]

[...]»

(IT)

«
Ho audito dir, Bofil, che sai trobare
e fare coblas, ma ora io voglio
saper per chi. Hai di che paura,
o hai donna per cui lo devi fare?
O canti per virtù di giulleria
o per aver soldi da chicchesia?
O canti il tuo valor per aumentare?
- Il canto vale, se hai motivo per cantare.


Guiraut, io canto per mio core allegrare
e per l'amor di lei che mi tien gioioso
e mi piace valor e gioia e gioventù,
ma non canto per andare a raccattare
ne altro chiedo - anzi te ne darei
che a molti ne do per amor di lei
ch'è conta e gaia e bella e avvenente;
e per lei canto che fammi bel sembiante.


Bofill, ancor ti voglio domandare
(s'è per amor che canti e ne hai gioia
e per donna) dammi una risposta:
di che fede siete? Mi dovete vos-seare,
ché non vi tange chi traditore sia
che al contrario tenga nostra via,
che tutto quel che dite e quel che fate
fan dolo a Cristo, ch'è grande il male.


Poiché lasci l'amor per sermonare,
chetati e la bianca veste indossa,
Guiraut, e sì la disputa sarà grande
che croce non vuol mia donna adorare.
E se in te fosse amore o cortesia
a tu-eggiare non mi avresti a follia,
ché vuol amor chi s'ama si tu-eggi,
sì che nessun ne possa protestare.

[...]»

Note

  1. ^ (EN) Susan L. Einbinder (2008), No Place of Rest: Jewish Literature, Expulsion, and the Memory of Medieval France (Philadelphia: University of Pennsylvania Press), 21–22.
  2. ^ (EN) Ruth Harvey, Linda M. Paterson, Anna Radaelli, Claudio Franchi, Walter Meliga, The Troubadour Tensos and Partimens, 3-Volume Set: A Critical Edition, su books.google.it, vol. 1, 2010, 236-237. URL consultato il 24 febbraio 2013.

Voci correlate

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